CRISTINA CANNONE Share

 on karibu

Cristina Cannone,27 anni,laureanda in Medicina

Viaggio di Pasqua 2010

Ogni mattina due ore di viaggio per raggiungere Chakama. Due ore che, dopo le prime risate, vengono colmate da un silenzio spontaneo. Ognuno si perde nei suoi pensieri e s’ immerge nell’invadente paesaggio. Sappiamo che abbiamo solo pochi giorni a disposizione, così i sensi si predispongono a catturare suoni, colori, odori, voci, che arricchiranno i nostri ricordi.

L’accoglienza al villaggio è sempre una festa : i bambini che sono lì ad aspettare ci corrono incontro con i loro immensi sorrisi e con i loro “ciaaaaaaaooo”, ci aiutano a scaricare la spesa e si contendono le nostre mani, che non lasceranno più per tutto il giorno. Le giornate trascorrono all’ insegna del buon umore tra giochi, partite di calcio, riunioni, canti, balli e merende.                                                                                         

Ciò che colpisce maggiormente è il gran numero di bambini. Sono bellissimi, infiniti, liberi.                          

Liberi di  sporcarsi, di correre scalzi, di giocare, liberi dal controllo ossessivo dei genitori, liberi, a pochi mesi di vita,di provare ad alzarsi da terra da soli, assolutamente indipendenti nel prendere decisioni, aperti          nell’ esprimere sentimenti  di affetto e caratterizzati da un forte senso di responsabilità verso i più piccoli.    I neonati sono parte integrante della comunità. Vengono portati sulla schiena dalle madri o dalle sorelline, avvolti in un panno legato sul petto. Lì dormono, osservano, ridono e mangiano semplicemente venendo spostati  sul davanti, dove prendono il seno tra le mani e bevono in totale autonomia. Essi non sono  d’ intralcio alla famiglia, non interrompono o stravolgono le normali abitudini, ma sono un piccolo e prezioso “fagottino” che si aggrappa alla madre e la segue in tutte le sue attività: mentre lavora, mentre zappa, mentre cammina, cucina, fa le treccine…sempre! Il bello lì è che bambini non si smette mai di esserlo : nessuno perde la voglia di giocare o di mettersi in gioco, non c’è un limite d’ età dopo il quale “certe cose non si possono più fare”, così se Miriam, a 46 anni si presta a fare la gara di corsa con i bambini, gli Orma si sfidano a chi salta più in alto, i cantori si ornano con accessori spiritosi e tutto si sposa perfettamente con l’ atmosfera di spensieratezza e di gioia che si respira.                                                                                                   Gli abitanti di Chakama accolgono con estrema serenità le  novità e gli imprevisti, come se  vedessero sempre il “bicchiere mezzo pieno”. L’ improvvisa pioggia battente, che a noi italiani sembrava impedire ogni attività, si è rivelata un momento di entusiasmo per loro, dal momento in cui seguiva a una lunga siccità. Così, piuttosto che ripararsi, hanno approfittato per bere, lavarsi, ballare sotto l’ acqua e ridere, ridere, ridere!   Non subiscono pressioni legate allo scorrere del tempo, non dipendono dalle cose, perché non hanno niente, e sono liberi di esprimere la loro parte più vera. Non hanno nulla che non possano portarsi dietro, ciò di cui necessitano è con loro, il resto lo trovano nella natura.    Non mancano, tuttavia, di dignità. Hanno un portamento fiero, un atteggiamento rispettoso e hanno cura del proprio corpo, che ornano come meglio possono.                                                                                                                            

Adoro il loro modo gioioso di salutarmi e adoro il loro “Karibu!”, “Benvenuta” mi dicono, e so di esserlo davvero. Non percepisco la minima diffidenza nei miei confronti e il fatto che sia  così diversa da loro,      nell’ aspetto così come nelle abitudini, non fa che favorire un costante e bilaterale scambio di informazioni.                     I bambini mi osservano avidamente le mani, le rigirano, le studiano con occhioni interessati, perché mai saranno così pallide? Mi toccano i capelli, così sottili rispetto ai loro, mi scoprono la pancia velocemente, quasi di nascosto : devono solo capire se siamo uguali. E ridono divertiti nel constatare che il mio ombelico  non sporge come il loro, ma è rivolto internamente. Mi riempiono il cuore con quel modo discreto e rispettoso  con cui cercano di contenere una smisurata curiosità. Ancora ricordo con piacere il tocco delicato di tutte quelle manine che mi accarezzano la pelle delle braccia e che provano a  grattarmi via i nei, pensandoli macchie di sporco.

Aminata Traoré ha scritto: “L’ uomo è di per sé una ricchezza infinita. L’ Africa non è povera, e noi Africani nemmeno.” Niente di più vero. Ed è proprio alla loro crescita personale che il progetto “Karibu” è rivolto, mira a dare ai singoli la possibilità di crescere culturalmente, di autogestirsi  e di avere piena consapevolezza  delle decisioni che riguardano la loro vita, potendo scegliere tra un ventaglio  più ampio di possibilità .

Dobbiamo entrare in punta di piedi nel loro mondo, senza nessuna pretesa di renderlo conforme ai nostri modelli. Bisogna lavorare insieme alla comunità per migliorare le loro condizioni di vita sulla base di ciò che già sono, consapevoli che nella semplicità, essi hanno trovato la chiave della felicità.

Sulle basi delle loro risorse si può fare molto : sono dotati di grande abilità manuale, sono predisposti al canto e al ballo, conoscono la natura e ne sfruttano appieno le ricchezze. Ciò che manca a Chakama è la circolazione della moneta. Di per sé non sarebbe un fatto grave, se non fosse che le nuove generazioni sono destinate a vivere in una situazione stagnante dalla quale non hanno alcuna possibilità di riscatto : molti ragazzi non possono permettersi gli studi, i padri di famiglia, pur essendo ottimi lavoratori, non hanno i mezzi per acquistare le materie prime, per cui non possono guadagnare, e i più non possono permettersi di pagare le cure mediche.

Molto è stato fatto, e sulla base dei buoni risultati iniziali bisogna trovare l’ entusiasmo per andare avanti.

Ovviamente si corre anche il rischio di commettere degli errori, e io ogni giorno mi sono chiesta se è più o meno proficuo per quella gente ricevere abiti nuovi, mangiare le merende che prepariamo loro, assaggiare il gelato o la pasta, sapendo che tutto ciò durerà solo fino alla fine del nostro soggiorno.

La risposta l’ho poi trovata dentro di me : nella distribuzione del cibo, dei medicinali o del vestiario, c’è un passaggio d’ amore, c’è l’ occasione di un contatto umano diretto con l’altro e si sperimenta la gioia di chi riceve e l’ appagamento pieno di chi ha il privilegio di dare. Magari il beneficio concreto è solo momentaneo, ma ciò che resta è il legame che s’instaura tra noi volontari e loro sulla base dei piccoli gesti.

 

Questo viaggio ha il sapore di pura libertà.

Tutto viene deciso insieme, c’è un rapporto di fraterna armonia tra me, Erica, Domenico, James e Popi. Una piccola ma efficiente comitiva, motivata dalla comune passione per il progetto e caratterizzata dalla genuinità e dalla sincerità nel rendere palesi desideri o dissensi. Ovviamente il merito più grande va a Popi, che ci ha fatto respirare da subito questo clima di spensieratezza, dimostrando più volte una pazienza immensa, una pazienza africana!

Ci siamo lasciati permeare dallo spirito di tranquillità che ci circonda, tanto che qualsiasi inconveniente viene accolto con estrema rilassatezza. Non ci sono  record da superare o traguardi da raggiungere ad ogni costo. Non bisogna fare, ma dare.  Dare noi stessi e uscirne arricchiti, aprirsi all’altro con estrema premura, perché non venga mai  percepita una relazione di sudditanza, ma semplicemente di condivisione.

L’ ultimo giorno ho chiesto ai bambini di farmi conoscere le loro abitazioni. Felicissimi, mi hanno guidato tra la fitta vegetazione mostrandomi le varie piante, le loro coltivazioni e le loro case : ci capivamo a gesti, o con le poche parole d’ inglese di loro conoscenza, per il resto io imparavo da loro il swahili e loro da me l’italiano. Hanno cantato per tutto il percorso, fieri di potermi scortare in quei  luoghi che sentono propri.

Mi hanno condotto infine presso il fiume Galana,  uno spettacolo mozzafiato. Lì mi hanno invitato a togliermi le scarpe. Proprio lì che era tutta una fanghiglia?! Dopo una prima reticenza mi sono lasciata convincere, e mi sono bagnata con loro i piedi sulla riva, pensando di farli contenti. A quel punto hanno iniziato a spogliarsi e a buttarsi nel fiume chiamandomi a gran voce. Ovviamente sono rimasta sulla riva guardandoli perplessa, ma mi sentivo fuori luogo : i bambini si divertivano da morire a nuotare e giocare con l’acqua e io stavo lì tutta preoccupata di non bagnarmi i vestiti. Ho cambiato idea e li ho raggiunti, scatenando la loro ilarità.  Mi hanno insegnato a liberarmi dalle paure senza senso (che importava, in fondo, bagnarmi in quell’acqua marrone , se ero già tutta imbrattata di polvere?!), e a sporcarmi con gioia. Siamo stati creati per goderci i momenti o per tornare a casa lindi e profumati?! Tuttavia … proprio  non sono riuscita a infilarmi i calzini e le scarpe con la sabbia bagnata attaccata ai piedi. Vedendomi tentennante, mi hanno detto “Aspeta!” .Li ho visti tornare con una ciotola d’acqua. Mi hanno sollevato i polpacci e mi hanno lavato i piedi! Mi hanno lavato i piedi!!! Tutti affaccendati, facevano a gara per pulirmi gli schizzi di fango sulle gambe. Io ero in forte disagio e sinceramente commossa, ma loro erano così felici…

La “lavanda dei piedi” era al centro del Vangelo che ho ascoltato il giorno prima di partire, il giovedì santo.

E ora è il caso di dire che ho sperimentato la Parola che si fa vita.  Ho letto in questo gesto qualcosa di   nuovo : non più un atto di umiltà da parte di Gesù, ma la testimonianza della  gioia del servizio. La stessa gioia che ho visto negli occhi di Popi mentre lavava i piedi a Furaha per metterle le scarpe nuove.

Sono i bambini ad aver goduto di quel momento, che per loro non ha nulla di straordinario, si sono mostrati semplicemente felici di potermi essere d’ aiuto. Io, che ero in estremo imbarazzo, come Pietro avrei voluto dire : “Signore,(…)Non mi laverai mai i piedi!”. Per fortuna non l’ ho fatto, bisogna conoscere anche il sentimento di gratitudine, quello che ancora oggi mi intenerisce il cuore al solo ricordo di quegli istanti e che troppo spesso il nostro orgoglio ci fa disprezzare…e allora ” Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”, perché nell’ aver sperimentare l’affetto altrui, diventiamo capaci di riversare il nostro sul prossimo. In fondo “gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente dobbiamo dare”.


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